«Il vero investimento è coltivare
 la bellezza dei nostri territori»

di André-Yves Portnoff *

Article publié dans Il Gazzettino le 12 août 2013 :

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=314495&sez=MONDO

 Titre original : L’oro e l’ora del patrimonio culturale (L’or et l’heure du patrimoine culturel). Les notes de l’article initial ont été rétablies ci-dessous. L’article explique qu’il faut résister à la tentation de sacrifier le patrimoine culturel et artistique, dans une Europe obsédée par les économies à court terme, sous la pression de la crise. La culture, la beauté, ont une valeur humaine et économique, ce sont de puissants facteurs de développement favorables à l’innovation dans tous les domaines, comme le prouve toute notre histoire. Beaucoup de décideurs ne le voient pas aujourd’hui, faute, peut-être, de culture…

La tendenza generale dei governi europei è di ridurre o perfino sacrificare la spesa culturale: questo si osserva in Italia ma anche in Gran Bretagna, Grecia, Spagna, Ungheria, con tagli del 9% in Portogallo nel 2010, del 25 % in Olanda nel 2011[1]. Il prestigioso British Museum[2] ha ridotto del 15% le sue spese su 5 anni. Il Belgio, la Francia e la Germania resistono ancora. Per quanto tempo?

La Corte dei Conti italiana ha denunciato, l’anno scorso, il crollo della spesa culturale del paese che possiede il più ricco patrimonio artistico di Europa. Nel 2012, la cultura riceveva 1,4 miliardo di euro in Italia, 5 volte meno che in Francia malgrado i bisogni superiori. Nel 2011, lo Stato italiano ha diminuito del 18% le spese per il restauro del patrimonio culturale. La Corte dei Conti ha anche rimproverato il troppo frequente malgoverno della cultura. Certo, il malgoverno esiste anche in Francia e in altri paesi, ma questa non è una consolazione.

Il patrimonio culturale subisce la tripla pressione della crisi, del paradigma neoliberale di privatizzazione generalizzata e di un populismo demagogico. Alcuno in Europa cominciano a porsi la questione: val la pena di spendere per la cultura e per difendere il patrimonio culturale? Gli autori tedeschi e svizzeri di un libro recente, « Der Kulturinfarkt » (L’infarto culturale)[3], propongono addirittura di chiudere la meta degli stabilimenti culturali, di vendere e privatizzare al massimo il patrimonio e sviluppare una cultura che loro chiamano “popolare”. Il messaggio è piaciuto ai neo-fascisti, particolarmente in Svizzera.

Patrimonio anche sociale, umano ed economico. Questo discorso è pericoloso perché sembra realista ma ignora le realtà. Quelli che decidono i tagli nelle spese culturali dimenticano o trascurano l’importanza essenziale del patrimonio per l’attrattività dei territori. Nessun può ignorare che monumenti e musei attirano i turisti. Pero, si sottovaluta il fatto che molte persone decidono di rimanere ad abitare o d’installarsi la dove ci sono attrezzature di base, negozi, scuole, medici, ma anche possibilità di attività culturale, luoghi belli dova passeggiare, monumenti, musei interessanti da visitare. Da qualche anno osserviamo che le aziende sono attirate dai territori dove gli abitanti sono felici di vivere, perché lì è più facile conservare i dipendenti ed i loro talenti. Cosi, un reddito importante e duraturo per l’economia locale è creato dal patrimonio e dalle attività culturali, con effetti positivi per il commercio locale. Quando si considera un elemento del patrimonio culturale locale, non si deve calcolare soltanto il ritorno diretto sugli investimenti, ma le conseguenze per tutto il territorio, le sue imprese, i suoi abitanti, negli anni venturi.

Questa è un’evidenza, anche se si fa finta di dimenticarla sotto la pressione delle difficoltà immediate o, peggio, per favorire interessi particolari a corto termine. Pero si dimentica spesso che la cultura ha anche conseguenze sociali, aiuta ad essere felici e possiede effetti positivi sulla creatività, dunque sulla capacita di innovazione indispensabile per lo sviluppo industriale, economico, umano di ogni paese.

Un’organizzazione di beneficenza francese, Les Apprentis d’Auteuil[4], spiega l’importanza di offrire alloggi belli ai giovani in difficoltò che lei ospita: i giovani rispettano questi alloggi, li mantengono in buon stato, visto che installati in luoghi brutti hanno tendenza a danneggiarli e renderli ancora più brutti. 
Vivere in un bel contesto spinge verso l’alto le persone. Certo esistono esempi contrari. Alcuni tizi, per “esprimersi”, macchiano i muri dei più bei palazzi, anche a Venezia, disprezzando il lavoro di antichi artigiani e artisti. Ma è la prova che non si è investito, quantitativamente e qualitativamente, in educazione e cultura. Ed anche certi intellettuali « deviati » sono colpevoli di avere creato una confusione tra arte vera, comunicazione di qualità e imbrattamento tele o muri… I partigiani della cultura mettono di rado in rilievo i due valori maggiori del bello e dunque del patrimonio artistico: la vista del bello stimola la creatività e rende l’uomo più felice.

Il bello, stimolo all’innovazione. Alla base della creazione artistica, c’è la capacità di creare, di immaginare e realizzare quel che non esiste ancora. Ricordiamoci Michelangelo davanti al blocco di marmo che i più grandi scultori dell’epoca avevano dichiarato inutilizzabile per scolpire un colloso: lui, invece, affermava di vedere già la scultura che c’è dentro. Bastava togliere la pietra che era di troppo! La nostra creatività è stimolata quando siamo circondati da opere d’arte, a condizione di avere imparato a guardarle, a gustarle. La creatività è la prima tappa della creazione, non soltanto in arte, in letteratura, ma in tutti i campi dell’innovazione: scientifica, tecnica, sociale, politica, imprenditoriale, commerciale. Per questo, il patrimonio artistico è sempre stato uno dei fattori essenziali dello sviluppo economico. L’espansione delle città italiane, alla fine del medioevo, deve molto alla concentrazione di opere d’arte romane che hanno educato artisti, poeti, ed ingegneri e servito da esempi. Il rispetto dell’arte e degli artisti si è rinforzato, malgrado molte opposizioni, in quel periodo, mentre il movimento del Rinascimento progrediva. L’arte, da strumento di propaganda dei poteri religiosi e politici, è diventata, di più in più, un patrimonio individuale e collettivo[5]. Oggi, tutti i territori che, per fortuna, hanno ereditato un patrimonio artistico e culturale dovrebbero costruire politiche di lungo termine per sfruttarlo aldilà della rendita fragile del turismo, specialmente di massa. Molte città hanno capito che organizzare delle attività culturali permette non soltanto di attirare turisti ma anche nuovi abitanti, talenti e imprese da tutto il mondo.

Questi stranieri accettati sono spesso i fattori essenziali dello sviluppo economico ed umano del territorio. La politica di attività culturale intensa della città di Montréal ha atto arrivare molti turisti ma specialmente ha persuaso imprese come Ubisoft, editore francese di giochi digitali, a creare centinaia di osti di lavoro in Québec, perché l’ambiente facilita la creazione. Se, in Francia, il Château di Versailles si soddisfa di registrare i suoi 4 milioni di visitatori senza preoccuparsi dello sviluppo della città di Versailles, al contrario la piccola Angoulême ha sfruttato il successo del suo festival annuale dei fumetti, creando una scuola per il cinema di animazione ed accogliendo varie imprese di animazione digitale.

La bellezza, un bisogno vitale. In un periodo di crisi, consigliati da macro-economisti, molti pensano che si debba andare all’essenziale, salvare i grandi equilibri economici senza preoccuparsi del benessere dei cittadini, considerato un lusso. Il bello, che aiuta a vivere bene, a sentirsi bene, sarebbe ancora di più un lusso superfluo. Ma tutto questo non è vero. Si sbaglia chi crede che l’essere umano debba soddisfare prima di tutto i bisogni materiali (mangiare, vivere in sicurezza) e soltanto dopo i bisogni immateriali. L’interpretazione corrente della famosa piramide[6] di Abraham Maslow è completamente contradetta dall’osservazione dei fatti. Alcuni anziani si lasciano morire perché non si sentono più amate, stimate, utili. Chi conosce i cani sa che spesso perdono l’appetito, alcune volte fino ad ammalarsi, se il loro padrone rimane assente troppo tempo: anche i cani non rispettano la piramide di Maslow e hanno bisogno, per vivere, di risorse alla volta materiali e immateriali. Nei campi di concentramento, nel Gulag sovietico, i prigionieri che facevano musica, recitavano poesie o disegnavano, riuscivano cosi a evadere dalla loro miserabile condizione e resistevano meglio degli altri perché conservavano la loro umanità, la loro dignità umana. Cosi, gustare l’arte, la cultura non è un lusso, è vitale per noi. Vedere il bello, godere le soddisfazioni che ci portano i beni culturali, tutto questo ha per noi un valore perché ci rende più felici. E la felicita stessa ha anche un valore economico. Molti studi e tante osservazioni lo dimostrano: nel lungo termine, i dipendenti felici rendono più efficaci, più redditizie le aziende[7]. Il patrimonio culturale contribuisce a creare ambienti in cui gli uomini si sentono bene e favorisce l’efficacia dei territori come degli uomini e delle imprese che ci vivono.

Creare valore, non soltanto spese. L’efficacia delle imprese e dell’intera economia dipende, in un modo più generale, dalla nostra capacita a capire cosa rappresenta veramente del valore per gli altri, i cittadini, i clienti. Questa empatia per gli altri è capitale per uscire bene dalla crisi. La maggior parte degli esperti e dei dirigenti economici o politici crede che il valore sia definito dall’utilità obiettiva per l’utilizzatore. Invece, come aveva già spiegato Aristotele, il valore è sempre immateriale e soggettivo. Una persona compra un oggetto perché spera che questo le procurerà un vantaggio, un piacere. Ma può sbagliarsi: quelli che fumano troppo si procurano piacere durante gli anni mentre pagano il veleno che li farà forse soffrire e poi morire di cancro. La forza della sigaretta è di rappresentare un piacere al momento dell’acquisto: non si compra l’oggetto, ma quel che lui rappresenta per noi. Quando si acquista una macchina, non si desidera tanto la bella meccanica come credono tanti ingeneri: si spera di essere più mobili, più liberi, ottenere il piacere di guidare ed anche quello di fare dispetto al vicino che non possiede una cosi bella vettura. Si può dire lo stesso del telefonino che gli adolescenti, e non soltanto loro, agitano con ostentazione in pubblico come pavoni. Di più, ognuno di noi cerca di consumare prodotti e servizi personalizzati, su misura, che esprimono, almeno lo crediamo, la nostra personalità ed i nostri valori. Gli imprenditori che non capiscono tutto questo, che credono – come la IBM degli anni 90 e la Microsoft più recentemente – di sapere meglio di noi utenti quel che è buono per noi, rischiano di pagarlo caro: spendono soldi per proporre prodotti che non ci interessano. Noi clienti, abbiamo forse torto, ma siamo noi che decidiamo in fin dei conti.

Le imprese che ottengono buoni risultati economici su lunghi periodi, di dieci, venti, trent’anni, in generale hanno strategie di lungo termine ed empatia per gli altri: sono capaci di capire cosa importa realmente ai loro collaboratori e ai loro clienti. I clienti di oggi e quelli di domani, che s’inventano grazie all’innovazione, nutrita dalla creatività e dell’impegno dei collaboratori. Siccome la cultura, il bello, hanno del valore per noi cittadini e consumatori, le imprese hanno interesso ad preoccuparsi di quel che ci interessa e ad investire nell’arte e nella cultura. Adesso, molte imprese fanno del mecenatismo e hanno mantenuto il loro impegno malgrado la crisi, ma sostengono specialmente attività nel campo della salute e dell’educazione. Dovrebbero impegnarsi di più in più nella protezione e il rinforzo del patrimonio artistico e culturale, importante per noi tutti e fattore di sviluppo economico. Sara anche l’occasione di condividere delle emozioni tra attori economici, politici e cittadini e rinforzare cosi la capacita collettiva di resistenza ai fattori di crisi e di creazione di valore. I territori che si svilupperanno sono quelli che avranno avuto il coraggio d’investire più che mai nel patrimonio artistico e culturale, proprio perché siamo in una lunga crisi economica dalla quale non usciremo un giorno senza un impulso massiccio d’innovazione capace di suscitare un nuovo Rinascimento.

* Direttore dell’Osservatorio della Rivoluzione dell’Intelligenza, Futuribles international, Parigi. Lunedì 12 Agosto 2013 -09:50. Le note a piè di pagina del testo originale sono state ristabilite dall’autore.

[1] DUPLAT Guy, La Libre Belgique, 11 avril 2012. http://www.lalibre.be/culture/divers/article/731480/fermer-la-moitie-des-lieux-culturels.html

[3] HASELBACH Dieter, KLEIN Armin, KNÜSEL Pius et OPITZ Stephan, Der Kulturinfarkt, Klaus, Munich, mars 2012. http://www.randomhouse.de/Buch/Der-Kulturinfarkt/Dieter-Haselbach/e401067.rhd

[5] BAXANDALL Michael, L’œil du Quattrocento, l’usage de la peinture dans l’Italie de la Renaissance, Gallimard, 1985 ; Painting and Experience in Fifteenth Century Italy, Oxford University Press, 1972.

[6] MASLOW Abraham H. Motivazione e personalità, Armando Editore.

[7] PORTNOFF André-Yves. Mappa del lavoro. ArcVision, Gennaio 2012. Italcementi. Et La malédiction du paradigme spécieux. Futuribles mai-juin 2013. EDMANS Alex, « Does the stock market fully value intangibles? Employee satisfaction and equity prices » Journal of Financial Economics 101 (2011) 621-640. http://finance.wharton.upenn.edu/~aedmans/Rowe.pdf

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A propos andreyvesportnoff

André-Yves Portnoff docteur ès sciences physiques, a été chimiste, chercheur en métallurgiste nucléaire au CEA avant de devenir journaliste à l’Usine nouvelle puis de diriger pendant dix ans Sciences & Technique, revue de prospective technologique. Co-auteur en 1983 du premier rapport français sur l’économie de l’immatériel (La Révolution de l’intelligence ) André-Yves Portnoff est consultant en innovation et conduite du changement, chercheur indépendant en partenariat avec le groupe de prospective Futuribles où il a développé un outil d’autodiagnostic des organisations basé sur les facteurs immatériels. Il enseigne notamment dans le MBA de la HEG de Fribours (Suisse). Avec Futuribles et Hervé Sérieyx (coauteur de Aux actes, citoyens ! Maxima éditeur) http://www.priceminister.com/nav/Livres/kw/andre%20yves%20portnoff Il mène actuellement une campagne pour la ré-industrialisation de la France et le retour de l’Europe à l’économie réelle. « Aux Actes Citoyens – de l’indignation à l’action » Ou comment transformer l’indignation pour qu’elle devienne constructive? Comment des initiatives innovantes peuvent transformer nos sociétés ? Soit, le pari de l’intelligence....des puces, des souris et des hommes Jean Michel Billaut: Connaissez-vous André-Yves Portnoff from Paris ? Aux actes citoyens : les e-pap http://www.dailymotion.com/video/xlmjrd_made-in-france-in-europe-andre-yves-portnoff-aux-actes-citoyens_news La Tribune: http://www.latribune.fr/opinions/20111109trib000662913/reindustrialiser-questions-de-confiance-.html L’Expansion : http://lexpansion.lexpress.fr/economie/les-grosses-entreprises-en-france-empechent-la-croissance-des-pme_264749.html En chanson : http://www.dailymotion.com/video/xjetbe_aux-actes-citoyens_news Commentez: http://fr-fr.facebook.com/pages/Aux-actes-citoyens-De-lindignation-à-laction/14815372191829 et http://www.facebook.com/profile.php?id=719057033&ref=tn_tnmn
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